Lucia Morselli: ILVA non si fermi

18.06.2018 – La Repubblica
di SARA BENNEWITZ

L’Italia non può permettersi di perdere l’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa. Lo sostiene Lucia Morselli, la manager che ha guidato la cordata italiana di possibili acquirenti sconfitta da ArcelorMittal all’apertura delle buste. Morselli ricostruisce i passaggi della vicenda, rivelando dubbi e interrogativi: “Il sovrapprezzo offerto da Arcelor rispetto a noi? Tra tempi lunghi e incentivi all’esodo è già bruciato”. A un anno dall’aggiudicazione della gara sull’Ilva, l’acciaieria non è ancora stata affidata a Mittal. Lucia Morselli , ad della cordata rivale di Acciaitalia, per la prima volta racconta cosa è successo.

Perché l’Ilva è così importante?
“Perché l’Italia è un Paese di artigiani, dalla moda alla meccanica. La gente ha dimostrato di avere una fortissima abilità manuale: siamo il terzo paese manifatturiero in Europa e il secondo per la meccanica, dopo la Germania, che invidia l’abilità e la creatività dei nostri ingegneri. E la meccanica, dalla più sofisticata al più banale dei bulloni, è fatta di acciaio. L’Italia storicamente ha sempre soddisfatto il proprio fabbisogno interno ed esportato acciaio. Pensi che nel 2014, quando ero alla guida della Thyssen di Terni, mi trovavo a Bruxelles per l’introduzione dei dazi a protezione della siderurgia europea e leggendo le statistiche insieme con gli altri acciaieri vedemmo che in Italia e in Europa si erano impennate le importazioni. Preoccupati ci dicemmo che era per colpa della crisi dell’Ilva. Un unico impianto stava creando un problema a tutta la Ue”.

Ma siamo in Europa, si può ancora trovare buon acciaio da comprare.
“Certo, ma l’Italia aveva la più grande e la più moderna acciaieria d’Europa, e abbiamo lasciato che molti – forse i più avanzati – dei suoi forni si spegnessero. E poi una cosa è comprare in Italia dove si può controllare la produzione ed i suoi costi, dove si può più facilmente richiedere l’acciaio con le caratteristiche specifiche che servono, dove si può indirizzarne la ricerca e lo sviluppo, un’altra è importare. Non è solo questione di prezzo, soprattutto adesso che si applicano i dazi, sono anche molto importanti i tempi e la disponibilità dei materiali. Se le aziende italiane hanno bisogno di un certo grado di acciaio è più facile da qui soddisfare, indirizzare e prevenire certi bisogni. E poi mi scusi: ce l’abbiamo, abbiamo gli impianti e possiamo produrlo in casa, perché dovremmo importarlo?”

Forse perché l’Ilva ha inquinato Taranto.
“Questo è un altro tema, che non c’entra con le capacità di un’azienda, che non a caso è nata nel golfo più strategico del Mediterraneo, in un porto dotato del maggiore pescaggio di tutto questo mare. Attraccano a Taranto navi con una stazza di 400 mila tonnellate, una vera potenza. L’Ilva deve essere il pivot di un grande traffico commerciale, che si estenda oltre la siderurgia. Relativamente all’inquinamento, le tecnologie per non inquinare ci sono. Non a caso la cordata di Acciaitalia aveva stanziato un miliardo di investimenti in due nuovi forni elettrici a preridotto, introducendo un serio processo di decarbonizzazione”.

Ma a vincere è stata Mittal, come mai?
“Non ci è stato spiegato. Secondo gli articoli di alcuni giornali la valutazione tecnica di comparazione dei rispettivi piani industriali e ambientali era che il piano di Mittal risultava “incoerente su investimenti e volumi di produzione oltre che sull’occupazione”. Mentre il piano industriale di AcciaItalia è risultato “cadenzato in modo coerente” e “la tempistica ipotizzata è tecnicamente plausibile e valida”. Non risultavano rilievi negativi sulle risorse. Quindi, la decisione di privilegiare la proposta di Mittal deve riferirsi ad altri parametri”.

Forse qualcosa che riguarda l’ambiente?
“Mittal ha presentato il suo piano ambientale, ma mi risulta che la Regione Puglia abbiano fatto ricorso al Tar. Si devono quindi attendere gli esiti del giudizio amministrativo per proporre correttivi. In ogni caso, alcuni degli investimenti proposti da Acciaitalia nella direzione della decarbonizzazione e dell’utilizzo del gas al posto del coke possono essere adottati in autonomia da un qualunque investitore”.

Però Acciaitalia ha lesinato sul prezzo d’offerta…
“Acciaitalia era nata con due obiettivi, uno mantenere in mani italiane la maggioranza della proprietà di uno stabilimento siderurgico che è sempre stato italiano, il secondo risolvere il problema sociale derivante dall’inquinamento prodotto dall’impianto di Taranto. Così, quando si è trattato di fare l’offerta si è pensato che per come era fatta l’asta, dove il prezzo pesava per la metà e il piano industriale per l’altra metà, era meglio destinare la maggior parte degli investimenti all’ambiente, al territorio, agli impianti, al personale, e non al prezzo d’acquisto. Di fatto anteponendo il futuro dell’Ilva e del territorio alla valutazione degli asset in acquisizione”.

Perché avete avuto difficoltà a mettere insieme una cordata italiana?
“Perché non c’era un altro produttore italiano disponibile al turnaround come lo erano stati i Riva negli anni Novanta”.

Però Mittal ha tirato dalla sua parte i Marcegaglia.
“Vero, ma il gruppo Marcegaglia è entrato come partner di minoranza (al 15 per cento della cordata di Mittal, ndr) e, peraltro, successivamente ha dovuto lasciare presto per motivi Antitrust. Quindi non si può parlare nel caso di Mittal di cordata italiana”.

E invece Intesa Sanpaolo, perché non ha affiancato la Cdp nella vostra cordata?
“È una domanda che dovrebbe fare a loro. Se mi chiede la mia sensazione mi vien da dire che la banca abbia fatto legittimamente la sua scelta, privilegiando la cordata che sembrava essere quella che a posteriori poteva meglio tutelare i suoi interessi creditori”.

A vedere i risultati dell’asta, pareva che gli italiani avessero giocato al ribasso rispetto al primo colosso europeo dell’acciaio, tant’è che poi le risorse per il rilancio le avete trovate…
“Abbiamo chiesto da subito di poter migliorare la nostra offerta economica, naturalmente lasciando anche alla cordata di Mittal la possibilità di migliorare la propria, ma non ci hanno dato la possibilità di farlo. Mi ricordo però che in un’audizione alla Commissione Attività produttive del Senato, a febbraio 2016, era stata confermata la possibilità di “una fase di rilanci””.

Allora perché avete rilanciato solo in extremis?
“Abbiamo atteso di ricevere un invito a migliorare l’offerta e quando abbiamo capito che non sarebbe arrivato abbiamo deciso di rilanciare comunque, in coerenza con quanto anticipato dai Commissari al Parlamento, perché a quel punto avevamo capito che il nostro piano industriale era migliore e quindi per poterlo vedere realizzato, nell’interesse di tutti era necessario aumentare il prezzo. Lo facemmo offrendo 1.850 milioni”.

Ma l’allora ministro Carlo Calenda ha detto che non si potevano cambiare le regole in corsa.
“Noi non abbiamo chiesto di cambiare le regole, solo di applicarle. Ricordiamoci che l’interesse nazionale è la regola prevalente dell’Amministrazione Straordinaria, e anche che la fase di rilancio era stata annunciata pubblicamente in Commissione parlamentare, ma poi non è stata fatta. E se si parla di rispetto delle regole, allora va ricordato anche che prima dell’aggiudicazione è stato chiesto a Mittal di migliorare la sua offerta per quanto riguardava la componente dell’occupazione, che peraltro ancora non si è risolta. A noi non è mai stato chiesto né di migliorare la componente occupazione, né di migliorare il prezzo”.

Però se dopo che Mittal aveva offerto 600 milioni in più, avessero aggiudicato la gara a Acciaitalia, si rischiava una causa legale infinita.
“Bastava far rilanciare entrambi. E in ogni caso, anche se Mittal ha offerto 600 milioni in più rispetto all’offerta iniziale di AcciaItalia, l’Ilva ha già dovuto sacrificare 3-400 milioni per finanziare le perdite accumulate mese per mese, durante il lungo procedimento Antitrust, necessario solo nel caso di aggiudicazione a Mittal. Questi tempi così lunghi erano ben noti perché comunicati ufficialmente e preventivamente dalla Ue. Terminato il procedimento Antitrust, i tempi continuano ad allungarsi, e quindi anche le perdite, per trovare un accordo sindacale che ancora non c’è. Così il turnaround dell’Ilva non è ancora cominciato, anzi, la situazione del sito produttivo sembra si stia progressivamente deteriorando, con ovvie ricadute negative per i dipendenti e le loro famiglie, per l’indotto e per un territorio che da anni subisce un danno gravissimo. Se la gara fosse stata aggiudicata subito ad Acciaitalia l’Ilva sarebbe tornata all’opera un anno fa, ci sarebbero stati risparmi rispetto agli ammortizzatori sociali utilizzati finora, facilitando i rapporti con i sindacati, senza contare che per effetto della sentenza Ue Mittal è costretto a cedere uno stabilimento anche in Italia, a Piombino”.

Perché Jindal piaceva ai sindacati e perché invece il braccio di ferro con Mittal fatica a sfociare in un compromesso?
“Jindal piaceva ai sindacati perché avrebbe fatto dell’Ilva il suo unico centro di sviluppo in Europa, non una delle tante filiali di un impero che ha il suo centro altrove. E Jindal piaceva ai sindacati perché si è lasciato sfuggire che dopo i primi anni duri, con i nuovi forni elettrici si sarebbe tornati alla piena occupazione. Jindal voleva riportare l’Ilva ai grandi volumi del passato, senza pregiudicare ma, al contrario, proteggendo l’ambiente con un serio processo di decarbonizzazione sostenuto da ingenti investimenti. Ora pare che per finanziare gli incentivi all’esodo verrà sacrificata una parte rilevante del prezzo, pari a circa 200 milioni. A questo punto la differenza di prezzo tra AcciaItalia e Mittal è completamente azzerata se si considera l’offerta iniziale. Se consideriamo il prezzo del rilancio di AcciaItalia, oggi ci sarebbero 650 milioni in più. Comunque relativamente alla trattativa tra i sindacati e Mittal so solo quello che leggo sui giornali”.

Ma come, lei non conosce i piani di chi l’ha sconfitta?
“No. A luglio dello scorso anno, dopo aver letto varie indiscrezioni sulle valutazioni tecniche delle due offerte, esercitando un nostro diritto come partecipanti alla gara abbiamo chiesto accesso agli atti. Ancora non ce l’hanno dato. Credo che sarebbe interesse di tutti rendersi conto di quello che è accaduto. Come sa era previsto un punteggio, senz’altro Mittal ne avrà avuto uno maggiore, ma noi non sappiamo neanche il nostro. Abbiamo solo letto dell’esito sui giornali. Forse non basta per chiudere un progetto strategico di interesse nazionale, e nemmeno per capirlo. Di fatto il progetto Ilva di Taranto è ancora aperto”.

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